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Salute mentale, mancheranno 1000 psichiatri nel 2025

NON solo chirurghi, infermieri e medici al pronto soccorso. A scarseggiare, in Italia, sono anche gli psichiatri. “Già oggi in molte regioni sono sotto organico e, entro il 2025, ne mancheranno quasi 1000 per raggiunti limiti di età. Le carenze principali saranno in Lombardia, Sicilia ed Emilia Romagna”. Mentre, già oggi, “migliaia di persone non arrivano nemmeno a chiedere l’aiuto dei servizi”. A lanciare l’allarme è Fabrizio Starace, presidente della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (Siep), a margine della presentazione della Conferenza Nazionale per la Salute Mentale, tenutasi al Ministero della Salute.

Sono poco più di 800.000 in Italia le persone seguite dai servizi di salute mentale, circa l’1,6% della popolazione, tra cui anche molti ragazzi. “Ma il numero di persone con disagio psichico che ne avrebbe bisogno, sulla base dei dati epidemiologici Istat – spiega Starace – è molto maggiore. Tanto che in alcune regioni la prevalenza di disturbi psichiatrici potrebbe essere 10 volte superiore a quella di coloro che sono seguiti dai servizi”. A fronte di questi numeri, il problema del personale non riguarda solo gli psichiatri: “da infermieri a tecnici di riabilitazione psichiatrica – conclude – il panorama da Nord a Sud offre sempre più spesso contratti a temine rinnovati per anni, aumento di esternalizzazioni e burnout per turni massacranti”.

Da Nord a Sud diversità di risorse e cure

I Centri di Salute Mentale, denuncia Gisella Trincas, la presidente dell’Unasam, Unione Nazionale delle Associazioni di Salute Mentale, “hanno poco personale e grandi difficoltà organizzative; i centri di riabilitazione diurna sono senza risorse sufficienti ad assicurare il servizio necessario a coprire il fabbisogno; nelle cliniche private spesso mancano i posti. Di conseguenza abbiamo tanti, pazienti con disturbi come psicosi, schizofrenia o bipolarismo, a volte anche gravi, che restano tutto il giorno chiusi in casa e che rappresentano un carico enorme per i familiari, spesso anziani”. Si tratta di pazienti, precisa Trincas, soprattutto adulti di 40-60 anni che “spesso subiscono un intervento farmacologico massiccio, non accompagnato da una riabilitazione e da un sostegno psicologico”.

In questo modo, prosegue, “invece di portare avanti un percorso terapeutico che li aiuti a migliorare la propria condizione, fanno un percorso cronicizzante, che si traduce in maggiori costi, dovuti a un aumento di malattie organiche e ricoveri più frequenti”. Altri pazienti ancora, invece, “hanno difficoltà a essere accolti in una comunità terapeutica nel proprio territorio, e in molti casi vengono inviati in regioni diverse, con uno spaesamento terribile, che non può che aggravare le loro condizioni”.

Fonte: https://www.repubblica.it

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